Nicola Eremita
discendente studioso conservatore esperto apologeta dell'Opera dell'Artista Maestro Mario Eremita.

Dissertazione #10 - la Collettiva Biennale di Venezia

È stata inaugurata il 18 Ottobre 2008 la quinta edizione della Collettiva d'Arte Contemporanea Biennale di Venezia. Un appuntamento ormai consueto con l'arte contemporaea visitata al di fuori della ufficialità che lo stesso nome della rassegna richiama beffardamente.

Ricordo la prima edizione, quando pochi giorni dopo l'inagurazione si presentarono in galleria due poliziotti che mi consegnavano una querela del Presidente della Biennale Dott. Bernabé per aver utilizzato illegalmente il nome della Biennale di Venezia. La querela fu archiviata in quanto la Galleria d'Arte III Millennio è titolare del marchio depositato "Collettiva d'Arte Biennale di Venezia".

Ricordo anche che nessun incaricato o studioso o lavorante della Biennale di Venezia ha MAI messo piede nella Galleria d'Arte III Millennio, nonostante i periodici inviti e le lettere di presentazione e di sensibilizzazione.

Questa manifestazione pluriennale infatti si pone contro corrente rispetto a quella che ormai dal 1960 ed in particolare dal 1968, s'è affermata come una tradizione conformista e conservatrice, la Biennale di Venezia e le mostre d'arte contemporanea organizzate dalle cosidette Istituzioni.

Quello che è disgraziatamente accaduto è stato il totale dilagare della politica nell'arte. In tal senso essa non è intervenuta quale committente dell'opera nel senso più classico del termine come è sempre stato nel passato ma in maniera molto più invasiva e persuasiva.

Se nell'antichità la politica terrena ed ultraterrena era diretta committente per ragioni di potere e prestigio lasciando tuttavia relativa libertà espressiva ed esigendo dall'artista lo sviluppo di grandi ed oggettive capacità tecniche; se poi nell'ottocento e nei primi del novecento gli artisti furono influenzati dalle idee della politica che tramite loro sublimava nelle opere che divenivano autentica passione civile e morale o ideale di positivismo e progressismo o dei loro rispettivi valori antitetici; nel secondo dopoguerra l'ideologia comunista s'è appropriata della cultura strumentalizzandola ed immaginadola sua propria ed esclusiva materia.

Nella vergogna delle destre costrette nel ghetto non poteva più sorgere alcuna voce autorevole.

In questo grande vuoto s'è radicata una subcultura partitocratica che ha inteso non più ricercare coll'arte il consenso ma costruire un'arte che fosse espressione della propria retorica e s'imponesse quale unica ed assoluta forma espressiva valida.

L'artificio della contestazione dell'autorità e della destrutturazione della forma nell'arte sono stati i grimaldelli che questa sciagurata classe dirigente ha adoperato con metodicità per fare dell'arte figurativa lo zimbello della storia moderna. La crisi generale e l'autoreferenzialità delle mostre contemporanee è la prova che nel pubblico s'è diffuso il disgusto per questa trita e vuota politica del demerito e dell'incapacità.

Il mio ruolo è quello d'indicare l'arte come forma espressiva di libertà ma non libera e non più come strumento-manifesto di attivismo politico-militante. L'arte non può essere un ufficio di propaganda della segreteria di qualche partito. Il suo ruolo è molto più ampio e trascendente.

Diceva Ghandi: "L'arte è degna di consenso solo nella misura in cui giova alle masse."

Ebbene ciò non sottende l'arte di massa o la libertà di accesso all'arte ma sottende la protezione di un mestiere che è quello dell'artista. Il più difficile mestiere che vi sia.

Nicola Eremita.

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