Professore, Storico e Critico d'Arte
come Larve trasparenti le Figure di Eremita

La pittura contemporanea è una lunga, dolorosa riflessione sulla condizione alienata dell'uomo. In conflitto con il mondo, irriconoscibile per radicali trasformazioni, respinto da città convulse e caotiche, confuso da astratte ideologie e dai vuoti messaggi di una civiltà di massa e consumistica, separato dai propri simili per assenza di un linguaggio comune, egli ora vaga alla ricerca di una nuova identità. Sono riflessioni inevitabili nell'esperienza pittorica di Mario Eremita.

Egli ci presenta l'uomo di oggi in una misura astratta e paradigmatica; intorno a lui non cresce più nulla: non la natura, non oggetti quotidiani, non luoghi di esperienze riconoscibili, il territorio occupato da queste figure è un tunnel buio di cui non si scorge l'uscita e se n'è smarrita l'entrata.

Esse dunque ristanno, sospese contro fondi neri, incupiti, privi di atmosfera e paiono larve trasparenti che affiorano labili e momentanee prima di dissolversi per sempre nel nulla. I volti ed i corpi di questi tristi e silenziosi fantasmi si qualificano per verdi marci, viola spenti, torvi grigi, cupi neri: i colori della morte dell'anima.

L'acuta testimonianza dell'umano dolore trascorre così nel regno del sogno, dell'onirico lontano atono e smarrito. Eppure in questo limbo senza spazio e senza tempo, dove vengono consumate torbide atrocità e crudeli tribunali di una sconosciuta inquisizione mettono alla berlina una umanità dispersa, non tutto è perduto.

L'uomo non ha dimenticato totalmente se stesso e tenta con pazienza di riannodare i fili di un ipotetico positivo progresso. Egli afferra dunque l'antica zampogna del mito e timidamente prova poche note, le sole possibili; ne esce una musica breve, incerta ed ecco che d'incanto i colori intorno si fanno meno drammatici: affiorano tenui verdini, grigi sfumati e rossi quasi accesi.

Con la musica, simbolo di una umanità tesa nell'incerta ricerca di una nuova civile convivenza, l'incubo si fa sogno, il movimento immotivato quasi timida danza.

Il grande impegno di Mario Eremita ha trovato dunque nel drammatico linguaggio espressionista i modi per dialettizzare le pulsioni autodistruttive di un mondo alienato e le istanze alla vita proprie dell'umanità tutta.