LETTERA APERTA AL PRESIDENTE
DELLA REPUBBLICA ITALIANA
Sen. GIORGIO
NAPOLITANO
Si dice che, durante il ventennio
di regime fascista, i treni arrivassero in orario. Alcuni affermano che anche
durante quel periodo oscuro qualcosa funzionasse e che funzionasse meglio
di adesso.
Ebbene è risaputo che i
regimi totalitari comportano la presa di decisioni caratterizzate
dall'autorità più che dall'autorevolezza, dall'imposizione
più che dalla negoziazione.
E' risaputo anche che, per questa
loro stessa natura, tali decisioni sfociano in abusi, in atti delittuosi,
finanche in azioni violente e foriere di grande sofferenza per numerose persone
indifese e inermi avanti al quel potere feroce ed incontrollato, che non
deve rendere conto ad alcuno né in patria né all'estero,
finché tali condotte non portano alla completa rovina dell'intera
nazione.
Tuttavia qualcosa di oggettivamente
utile e vantaggioso può essere imputato a quel tragico e penoso periodo
della storia del nostro paese.
Non parlo certo dell'ottusa retorica
degli orari ferroviari, quella è semplicemente una miseria tipica
della nostra mentalità da operetta.
Mi riferisco invece ad una legge
di grande lungimiranza e semplicità di applicazione che fu introdotta
dal Ministro Bottai nel 1942; la legge del 2%.
Quella legge, tutt'ora in vigore,
lega alla spesa destinata alla costruzione di edifici pubblici, gli investimenti
in arte ed in particolare la realizzazione di opere d'arte figurativa e quindi
primariamente, scultura e pittura.
Senza ambiguità né
ipocrisia è stato sancito il principio che stabilisce che ogni cultura
ha il diritto e dovere di lasciare il proprio segno anche nel campo delle
arti.
Così, come è stato
nel passato, il potere, con le forme e le modalità proprie dell'era
moderna e non più quindi in seguito al giudizio del singolo leader,
si pone come interlocutore degli artisti ma anche come propugnatore del proprio
personale stile e gusto.
Oggi, a causa di tanta iprocrisia
e falsità, a causa della dilagante corruzione e della profonda ignoranza
e mancanza d'affezione alla cultura di tanti politici italiani, questa funzionale
e utile legge è inapplicata e disattesa e, di fatto, resta inapplicabile
a causa della mancanza di presidi sanzionatori.
Chi scrive ritiene anche che le
cose stiano così perché oggi non esiste in realtà un
vero senso democratico basato sulla meritocrazia e sulla esaltazione delle
potenzialità umanistiche; ma una degenerata identificazione della
persona dotata di potere politico con gli ideali di democrazia.
Questi ideali divengono quindi
parte di un iperuranio in cuii essi possono essere di volta in volta modellati
a seconda delle esigenze personalistiche e degli interessi parziali che
fin troppo spesso sono meramente di tipo economico.
Quando poi tali evidenti distorsioni
vengono fatte osservare, il politico giustifica se stesso ed il suo operato
come un "costo della democrazia".
Chi sapeva che i costi sarebbero
stati tali e tanti e che ogni giorno, anche nelle più piccole cose,
si sarebbe potuto trovare la voce di un "costo della democrazia"?
Dovremmo abitualmente discutere
sull'entità e le singole voci di tali costi, per non dover un giorno
ritrovarci a pagare non più la democrazia ma una consolidata ristretta
cerchia di potenti oligarchi che non hanno minimamente a cuore il bene pubblico
che in questo caso è la crescita e l'emancipazione culturale.
Nella realtà attuale, in
cui l'arte sembra essersi completamente liberata nelle forme espressive più
disparate ed il singolo artista sembra svincolato da obblighi di stampo morale
o ideale o politico, è molto importante trovare nelle istituzioni
pubbliche un interlocutore imparziale, preparato, profondamente
attento e capace di divenire organismo attivo e propositivo
se non anche un fine collezionista e quindi sostenitore e divulgatore
dell'arte nazionale.
Non possiamo credere che a questo
possano porre rimedio solo le aziende e le istituzioni private. In esse,
nonostante le notevoli capacità economiche che spesso mettono in campo,
non prevale un vero sentimento che si svolge disinteressatamente verso il
bene pubblico che, ripeto, in questo caso è la crescita e l'emancipazione
culturale.
Altri fattori di tipo commerciale
e manageriale, portano necessariamente le scelte verso il conformismo e la
consensualità. In questo senso l'arte diviene il mezzo e non il fine
e si sprecano risorse e coscienze nella ricerca di atteggiamenti di costume
più che di espressioni di cultura e la crescita e l'emancipazione
culturale.
Il rischio, sempre più
incombente ed anzi oramai operante, è l'analfabetizzazione, la perdita
di codificazione, l'annichilimento della molteplicità e della conoscenza,
la rinuncia a ricercare nell'arte il mestiere e quindi la rinuncia all'arte
quale modo di vivere e quindi quale vera fonte di indipendenza.
Le conseguenze saranno la rinuncia
ad una identità attuale e la fuga verso il passato, la mummificazione
della nostra cultura e la riduzione della nostra identità ad
un'oleografica ripetizione storicistica; quindi, per i nostri discendenti,
la perdita di un enorme capitale.
Caro Presidente, l'arte è
riconoscibile e sta a noi riconscerla e apprezzarla.
L'Italia deve la sua grande fortuna
agli artisti. Ebbene è doveroso impegnare risorse e tempo per continuare
la nostra tradizione di patria dell'arte e degli artisti, affidandoci al
merito, alla riscoperta della nostra antica tradizione che ha codificato
l'estetica su cui si basa la bellezza, il saper vivere, il saper costruire,
il saper dipingere, il saper scolpire, il saper stupire e incantare, il saper
recitare e dirigere.
La Direzione Artistica |